Coronavirus

 

Articolo di Pietro Silvestri, ospitato nel sito di Alfredo.

Roma 25 agosto 1917

 

Coronavirus è una strana parola entrata a far parte solo recentissimamente del mio patrimonio lessicale vecchio ormai di settant’anni.

Non solo si è accomodata ma ha anche preteso da me delle modifiche essenziali della mia vita e delle mie abitudini.

La segregazione, volontariamente autoimposta per seguire i consigli igienici e preventivi di isolamento ad evitare il possibile contagio, mi ha indotto a riprendere in mano le polverose carte di famiglia, per far  passare un po’ di tempo immerso nei ricordi.

Scartabellando, ho trovato una vecchia paginona di quotidiano, piegata più volte fino a essere ridotta a formato cartolina, dotata di indirizzo e francobollo, un vecchio, comunissimo francobollo verde da 2 centesimi con l’effige di Vittorio Emanuele III°

 

Al signor Umberto Cardini – Soldato

III Artiglieria da Fortezza

2a Sezione

Gaeta

Quindi il destinatario era mio nonno che in quel periodo era soldato semplice di stanza a Gaeta, facendo parte del corpo di guardia dell’Arsenale che custodiva soprattutto granate di grosso calibro per la marina militare.

Mentre scorrevo gli articoli ho cominciato a “volare nel cielo infinito” di quel tempo, ricostruendo a ritroso gli scenari collegati.

Ho capito presto la vera ragione di quella missiva ad Umberto.

Nonno Umberto se ne stava quella fine di agosto solo soletto in un specie di magazzino pieno delle gigantesche minacciose ogive immerse nella penombra immobile di una lunga schiera di capannoni: pochissimi commilitoni e pochissimi servizi da svolgere.

Prima di essere richiamato per la Grande Guerra, oltre all’impiego da ferroviere si era trovato un lavoretto da svolgere a tempo perso per l’allora nascente industria cinematografica. Produceva riduzioni di opere letterarie per il cinema, trasformandole in film.

E infatti su quel foglio di giornale erano proposte alcune notizie sulle proiezioni di film nelle sale romane; alcuni di questi trafiletti evidenziavano alcune notizie su produzioni probabilmente di suo interesse se non di sua creazione.

Lasciando il nonno, allora giovane come mai lo avevo visto, alla lettura del foglio la domanda era: chi si era preso la briga di inviargli quel piccolo antico plico?

Ecco allora apparire un attempato elegante gentiluomo romano in un caldo e ventoso pomeriggio di fine estate, a spasso per il centro di Roma.

Un centro molto meno affollato rispetto alla solita mischia caotica dei tempi attuali, forse abbastanza simile alla situazione pandemica, dato il fermo totale del traffico richiesto come profilassi della malattia.

Si sa che, per l’interpretazione dell’ordinanza di interruzione di tutte le attività, inizialmente richiesta per eliminare il contatto tra persona e persona, dopo l’inevitabile vaglio della popolazione italiana, non si è risolta certo in un vuoto assoluto di popolazione ma in un diradamento evidente del traffico e in un inusitato silenzio, ma no, diciamo in un inedito sussurro ove si percepisce il tenue tubare di qualche piccione e il soffio del vento agitare le chiome dei pini marittimi sullo sfondo di onnipresenti antichi ruderi.

 

Ma perché il principio di questa storia si sviluppa a partire del pomeriggio?

Il titolo del giornale mi aveva ingannato:

 

Il PICCOLO

GIORNALE D’ITALIA

 

 

Avevo creduto che quella fosse un’edizione romana del “Piccolo”, ai giorni nostri giornale di Trieste, dato che quel 26 agosto 1917 la città giuliana non era ancora divenuta italiana. Era plausibile che esistesse un’edizione romana di tale testata.

Ma non era così.

Nel periodo trattato quella era invece l’edizione pomeridiana del GIORNALE D’ITALIA, acquistata quel giorno come nei precedenti dal distinto signore, che diresse quindi verso uno dei tanti bar del centro.

Il locale era arredato con tavolini, che da sempre e tuttora vanno per la maggiore; tradizionali tavolini rotondi a tre gambe, col piano di alluminio, semplici comode sedie in stile, posacenere di vetro con la scritta “Carpano”.

Una discreta tenda avvolgibile a strisce bianche e verdi ombreggiava i clienti, completava la scena qualche cassetta di piante fiorite a delimitare la concessione esterna del locale.

Il protagonista in pensione da qualche tempo era dunque habitué di tale esercizio.

È noto che due sono le cose che un individuo maschio rifiuterà fino all’ultimo respiro di cambiare: un barbiere dai gesti consueti e un bar vicino a casa dove recarsi per un caffè, una sambuca, o come in questo caso, un fresco latte di mandorle.

Anche il giornale è spesso oggetto di abitudine.

Questo, riemerso da un passato di oltre 100 anni, merita una breve descrizione.

Carta stampata di qualità assai scadente, rispetto a quella attualmente in uso, fragile, ruvida e sottile, con la tendenza ad assorbire l’inchiostro rendendo la lettura piuttosto difficoltosa.

In questo caso quindi la copia era stata poi piegata a forma di biglietto postale, affrancata e inviata al di lui genero, di stanza a Gaeta, per metterlo al corrente dei fatti accaduti in quei giorni, ancora una volta, sul Carso.

Ecco quindi cosa andava leggendo e quali pensieri  affollavano la mente del signore avito.

Si andava concludendo l’undicesima e penultima battaglia del Carso appena due mesi prima dell’ultima, quella di Caporetto.

 

Il Piccolo

Giornale d’Italia

Domenica-Lunedì 26-27 agosto 1917

Anno Sesto numero 235

Roma Palazzo Sciarra

 

 

 

Il Giornale d’Italia è stato un quotidiano italiano con sede a Roma, fondato nel 1901 e chiuso nel 1976

Divenne molto popolare anche nel Sud, specialmente in Abruzzo, Puglia e Calabria. Ciò spinse l’editore a realizzare sette diverse edizioni del Quotidiano.

Il 18 marzo 1912 nacque anche un’edizione pomeridiana, che titolava Il Piccolo – Giornale d’Italia.

In occasione delle elezioni del 1913 il quotidiano romano fu il primo a pubblicare la lista dei candidati aderenti al cosiddetto “Patto Gentiloni“. «Il Piccolo» uscirà fino al 31 marzo 1944.

 

Eccoci quindi ai titoli di apertura:

 

Carlo d’Asburgo ha assistito alla disfatta austriaca

Carlo I d’Austria (Karl Franz Josef Ludwig Hubert Georg Maria von Habsburg-Lothringen-Este;

“Carlo Francesco Giuseppe Ludovico Umberto Giorgio Mario d’Asburgo-Lorena-Este”; Persenbeug, 17 agosto 1887Funchal, 1º aprile 1922) l’ultimo imperatore d’Austria, re d’Ungheria e Boemia, e monarca della Casa d’Asburgo-Lorena e Austria-Este.

Beatificato da papa Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004, viene ricordato il 21 di ottobre.

Articolo di apertura

Il fuoco italiano spezza perfino zone lontane del fronte

 

La leggenda del Monte Santo

Era l’incubo nostro.

Dal Corada al Sabotino, da Lucinigo a Romans, non si poteva alzare gli occhi senza trovarsi di fronte la sinistra sagoma del Santo.

Vicino o lontano ci dominava.

Ognuno fra noi sapeva che lassù c’era un occhio che osservava, ci spiava, seguiva ogni nostra mossa, poteva suo beneplacito dirigere su di noi un aggiustato tiro.

Ci schiacciava e ci avviliva.

Sentivamo che di lassù ci guardava ghignando beffardamente con la sicurezza del gigante che sveglia il pigmeo: e ci pareva che il monte partecipasse del nemico per una sua spiccata fisionomia altezzosa e brutale: quel Monte, aveva un’anima non nostra.

Era qualcosa di soprannaturale, di favoloso, di mitico.

Riconduceva il pensiero alle favole Omeriche, ci ricordava alla memoria i Ciclopi mostruosi e feroci, partecipanti dell’uomo selvaggio e della natura bruta.

E l’occhio invisibile che da lassù ci seguiva era per noi l’occhio di una divinità infera e maligna, onnipresente e onnipotente.

Quindi quello stesso convento, che sorgeva sulla cima, aveva un profilo sinistro, misterioso, crudele.

Staccava sul cielo, rigidamente nelle giornate serene: o si avvolgeva tra le nubi che sembrava egli stesso aver generato, per nascondere la celebrazione di qualche mostruoso rito tra il folto velario grigio solcato da vivi di bagliori dei lampi.

E quel nome di Santo sembrava anche esso  un dileggio crudele per noi.

Santo? Ma noi lo dicevamo maledetto, diabolico:

 

 “luogo è in inferno, detto malebolge

 tutto di pietra di color ferrigno

 com’è la cerchia che intorno il volge” 

(Inferno, canto XVIII)

 

La stessa “Cima quattro” del San Michele prima che forse da noi occupata non ci dava l’impressione penosa del Santo benché da più di vicino urgesse.

Forse c’era più familiare: la conoscevamo troppo da vicino perché attorno ad esso potesse seguitare gravitare un’orbita di misteriosa potenza dicevamo domani, forse, saremo là.

La tenevamo quasi.

Eravamo abbrancati aggrappati a pochi passi dalla molle sua cresta.

La sentivamo difesa da uomini mortali come noi, che un giorno avremmo sicuramente vinto.

Ma il Santo no, era lontano, era fuori del nostro ambito d’azione. Solo le potenti artiglierie giungevano a sfioccare pigramente qualche colpo sulla boscosa sua dorsale.

Nel pomeriggio del 26 ottobre 1915 i nostri calibri maggiori batterono a lungo il monte maledetto: sulla cima.

Da un osservatorio seguivano gli effetti del bombardamento.

I projetti urlavano nella corsa passando sulle nostre teste: un pino, nero come un eruzione, segnalava il punto di caduta.

Parte del bosco a nord-est del Convento sembrava aver bruciato.

Un fumo denso gocciolava le sue pesanti volute al vento fresco della sera.

La voce arida del telefonista ripeteva alle batterie i risultati del tiro secondo le compiute osservazioni.

E anche sul Sabotino quella sera si sparava.

Il monte appariva crestato di fiamme vive.

E fino a mezzanotte il cannone rombò quasi senza interruzione.

Poi la lotta fragorosa andò scemando di intensità.

Erano colpi d’assaggio, erano le prove che preludevano a fatti i maggiori desiderati e attesi con ansia e fervore.

 

Da due giorni il Santo è nostro: ed è veramente “Santo”, oggi, santificato dal sangue versato e dall’eroismo.

Iersera, a Roma, molte case erano imbandierate.

Ma cosa deve esserci stato lassù tra i nostri, gli esultanza di entusiasmo, alla notizia dell’avvenuta conquista.

Può solo immaginare chi sa la vita al fronte: quella vita che attraverso e malgrado i pericoli è mille volte più sana della troppo quieta vita cittadina; che intensifica il tempo è da al minuto volgente il valore di un secolo; che compenetra di forza, che diminuisce ogni sacrificio che esalta e affina lo spirito, che fa dimenticare le amarezze e aumenta la potenza emotiva; che converte ad un’altra concezione di umanità lo spirito, liberato dalle pastoie delle abitudini e restituisce la sincerità e l’entusiasmo addormentati nella grigia vita cittadina.

Non è un sogno: il santo è nostro; lo ha detto Cadorna.

 d.o.

Il comunicato di Cadorna di ieri

COMANDO SUPREMO 25

Da ieri il tricolore sventola sulla vetta di Monte Santo.

Le valorose truppe della seconda armata, sfondate nei passati giorni in più punti le linee di difesa, incalzano il nemico che ripiega difendendo passo per passo l’aspro terreno.

Sul Carso la lotta perdura intorno alle posizioni conquistate, che il nemico tenta invano di ritoglierci.

Negli incessanti combattimenti si distinsero per ardimento e tenacia le Brigate: Salerno (89°-90°) Catanzaro (141°-142°) e Murgie (259°-260°).

Assai vivace fu ieri l’azione aerea.

I nostri “Caproni” dopo avere a più riprese bombardato il vallone di Chiapovano formicolante di truppe nemiche, discesero a basse quote e impegnarono combattimento con le fanterie.

Dei 233 velivoli partecipanti alla battaglia, uno solo non fece ritorno.

CADORNA

 

La “Divisione di ferro” annientata e distrutta

L’Agenzia Stefani comunica:

L’impeto magnifico delle truppe che nel maggio scorso strappavano al nemico le alture di quota 363 e 383, il monte Cucco e il Vodice non avevano potuto aver ragione delle resistenze del Montesanto.

Quest’altura  che un intenso concentramento di fuochi artiglieria contendeva agli sforzi più volte eroicamente rinnovati delle nostre superbe truppe, era rimasta austriaca e aveva conservate le sue funzioni di caposaldo delle difese nemiche dinanzi a Gorizia e osservatorio meraviglioso per le batterie annidate al riparo delle sue pendici orientali nella conca di Gargaro.

Un groviglio di trincee, di gallerie, di caverne la difendeva, la rendeva quasi inespugnabile, grazie anche alla potenza del tiro di sbarramento che il nemico vi poteva eseguire, incrociandovi i fuochi, flagellandone tutte le pendici con una grandine ininterrotta di colpi.

Per questa sua importanza, per questa sua fama di inespugnabilità, per la consacrazione fattane col sangue di tanti eroi, un’aureola quasi leggendaria si era venuta creando intorno al Monte Santo, sia per noi quanto presso gli austriaci.

Cosi ché l’espugnazione del Monte oltre ad avere una grande importanza militare ha  anche una notevole importanza morale.

Tale conquista va naturalmente connessa con le operazioni che si svolgono più al nord e che hanno già avuto la conseguenza, come annuncia il bollettino odierno, di rompere in più punti le linee nemiche.

Gli austriaci piegano e cedono terreno e abbandonano sempre nuovi prigionieri e cannoni sotto la spinta incalzante dei nostri.

Sul Carso ieri giornata di assestamento e afforzamento.

Intanto le notizie sulle gravi perdite del nemico si confermano e si precisano.

La 12° divisione, che il Comando Supremo austriaco  annoverava come una delle sue  più gloriose unità, certo “una divisione di ferro” è in gran parte distrutta e catturata.

Le stragi compiute dai nostri concentramenti di fuoco la mancanza di cibo e di acqua e la sensazione di una vera inferiorità di fronte a noi, hanno contribuito a demoralizzare assai queste truppe.

Non vi è prigioniero che non esprima  la più viva ammirazione per gli attacchi delle nostre fanterie.

Gli ufficiali di fanteria e gli osservatori di artiglieria nemici si mostrano molto ammirati dell’esatto collegamento e della perfetta cooperazione tra la nostra artiglieria e la nostra fanteria.

Nel giudizio dei  prigionieri di fanteria, l’artiglieria austriaca alla quale sarebbero aggiunte parecchie batterie germaniche, soprattutto di grosso calibro, per quanto poderosa, si è rivelata inferiore alla nostra.

 

Com’è finita?

11° battaglia dell’Isonzo

Dopo un combattimento aspro e sanguinoso, la Seconda Armata italiana (comandata dal generale Capello), fece indietreggiare gli austro-ungarici, conquistando la Bainsizza e il Monte Santo. Altre postazioni furono occupate dalla Terza Armata del Duca d’Aosta.

Il Monte San Gabriele, che fino ad allora era stato considerato inespugnabile, fu conquistato da tre compagnie di Arditi in soli 40 minuti, portando alla cattura di 3000 prigionieri. Invece il Monte Hermada si confermò inespugnabile, e l’offensiva si arrestò. Dopo la battaglia, le forze austro-ungariche erano sull’orlo del collasso, e non avrebbero potuto sostenere un altro attacco.

Tuttavia gli italiani si trovavano nelle medesime condizioni, e non avrebbero potuto trovare le risorse per un’altra offensiva.

La battaglia finì così in un bagno di sangue sostanzialmente inconclusivo.

La battaglia venne combattuta anche da Sandro Pertini con il grado di tenente che per aver espugnato con pochi uomini delle postazioni difese da mitragliatrici venne proposto alla medaglia d’argento al valor militare. La medaglia non venne approvata subito e, successivamente, il regime fascista occultò la notizia, dato che Pertini era socialista e antifascista. La richiesta di medaglia venne riscoperta quando Pertini venne eletto Presidente della Repubblica Italiana ma gli venne consegnata solo nel 1985 allo scadere del suo mandato da Presidente della Repubblica per sua esplicita richiesta.

 

La crudeltà austriaca contro i nostri prigionieri. 

L’Agenzia Stefani comunica:

L’impero austro-ungarico rende ogni giorno più crudele il trattamento dei prigionieri di guerra.

Per coprire una situazione che offende tutte le leggi e tutti i sentimenti di umanità, la stampa viennese, evidentemente ispirata e spinta a tenere desta una campagna di menzogna e di calunnie, onde far credere ai popoli della monarchia che i procedimenti di governo austro-ungarico verso i prigionieri italiani non rappresentano che una specie di rappresaglia contro i pretesi maltrattamenti che prigionieri austriaci soffrirebbero in Italia. Non c’è bisogno di ribattere la stoltezza di questa affermazione del nemico.

I prigionieri in mano dell’Italia sono sparsi per tutto il paese e ricevono un trattamento,  sotto il controllo continuo della pubblica opinione, che non solo adempie a tutte le obbligazioni e le prescrizioni delle legislazioni internazionali a riguardo, ma onorerebbe qualunque popolo che l’osservasse; ed è ragione di orgoglio per quello italiano che anche verso i prigionieri ha dimostrato la sua tradizionale civiltà e di umanità.

Ma ben differente, bisogna costatarlo con profonda amarezza, è la situazione che l’Austria-Ungheria fa ora è ai nostri prigionieri di guerra.

Essi languiscono letteralmente di fame nelle sue orribili i suoi terribili campi di concentrazione; lo stato di debolezza e di denutrizione, in cui questi infelici si trovano ormai da lungo tempo, ha determinato una grandissima morbosità tubercolare oltre onde a decine ogni giorno sono registrati i decessi.

In un sol giorno, non eccezionale in questa triste statistica, sono giunte 47 cartoline della Croce Rossa austriaca annunzianti i decessi di prigionieri dei quali ben 35 dovuti appunto alla tubercolosi polmonare punto.

Ma notizie similmente dolorose arrivano pure sulla sorte che è riservata a quei nostri prigionieri ancora validi i quali  sono tolti dai concentramenti e inviati ai lavori; veri lavori da forzati  fatti nelle condizioni degli schiavi; e sul fronte Russo a sistemare le retrovie; o nelle miniere della Germania, o in Albania o in Serbia ove la fatica inumana è resa ancora più crudele da punizioni spietate e dalla nutrizione assolutamente insufficiente.

 

Come è finita?

Per quanto riguarda gli italiani, è stato calcolato che i soldati catturati tra il 1915 e il 1918 furono circa 600mila, la metà dei quali presi nei giorni della Dodicesima Battaglia dell’Isonzo (Caporetto). La maggior parte venne portata a Mauthausen (località tristemente famosa anche durante la Seconda Guerra Mondiale), a Theresienstadt (Boemia), a Rastatt (Germania meridionale) ed a Celle (vicino Hannover).
Non bisogna pensare che tutti i prigionieri erano il frutto di azioni militari.

Molti, in realtà, si “lasciarono” catturare, fuggendo dalla prima linea e presentandosi nei pressi delle postazioni nemiche.

Era una scelta disperata ma dettata dalla speranza di trovare, nei campi di prigionia, delle condizioni migliori rispetto a quelle in trincea.
Invece anche la detenzione fu un’esperienza molto difficile.

La mancanza di riscaldamento nelle baracche e di vestiti pesanti rendeva insopportabile il freddo pungente mentre il rancio era davvero scadente. Data la grandissima penuria di farina all’interno dell’Impero, spesso questa veniva mischiata con della polvere derivata dalla macinazione delle ghiande o della paglia mentre al posto della pasta veniva loro distribuita una sorta di zuppa di patate e cavolo.
Circa 100.000 italiani catturati dagli austro-ungarici e dai tedeschi non fecero più ritorno dalle loro famiglie. Gli stenti, la fame, il freddo e le malattie (prima fra tutte la tubercolosi)

furono le principali cause di questo grande numero di decessi.

 

La bandiera italiana sulla contesa vetta

 

Ruderi del Convento, agosto.

Molti e diversi elementi da noi raccolti indicano come il nemico non si sentisse più sicuro nel suo baluardo, che il crollo del Montesanto era imminente.

Fu quindi deciso di saltargli addosso prima che avesse potuto abbandonarlo.

Ieri sera alle 21 partono le prime pattuglie d’assalto guidate da alcuni ufficiali, la Brigata del monte Lemerle celebre nella storia della controffensiva del Trentino.

Le pattuglie puntano sui varchi della quota 503, del convento cioè della maggiore vetta e si indirizzano verso la sella di Dol.

Altri reparti sono di rincalzo con parecchie compagnie di zappatori per organizzare prontamente le difese.

E insieme a questi nuclei partono ufficiali esploratori di artiglieria

Queste piccole azioni possono essere considerate come la terza fase di assalto del massiccio.

 

  il nemico vigila

 

Dalla sella di Dol i razzi austriaci spandono luce abbagliante sulle sottili colonne di attacco. Il nemico è vigile.

Appena i primi arditi tentano di irrompere sugli infranti trinceramenti, gli austriaci cominciano un vivo fuoco di fucileria e un serrato lancio di bombe.

Gli ufficiali di artiglieria chiedono subito con le segnalazioni convenute un concentramento di fuoco.

Monte Santo comincia a ribollire di vampe, di  esplosioni come sulle precedenti giornate.

I nostri reparti sono poco discosti dalle linee nemiche, pronti all’assalto e in attesa che cessi il nostro bombardamento.

È passata la mezzanotte e nostro fuoco continua.

La resistenza più accanita si manifesta verso la sella di Dol.

Il colonnello che dirige l’operazione profitta di una pausa del nostro fuoco, nelle prime ore dell’alba lancia una pattuglia verso la maggiore vetta su per le macerie del convento.

Il reparto di Arditi cattura di un cadetto dalmata e alcuni soldati austriaci presso era sconvolta linea.

L’ufficiale austriaco riferisce notizie tremende sulla situazione dei difensori, sulla loro disorganizzazione dovuta all’isolamento delle linee spezzate, all’impossibilità di rifornimenti.

Non c’è da perdere tempo.

Già la prima luce del giorno diffonde un chiarore sufficiente all’assalto.

Occorre far presto per piombare addosso al nemico in questa sua crisi di debolezza.

Alle Colonne viene assegnato la rispettiva meta.

Il Montesanto si riga ancora una volta, l’ultima, di assalitori.

Dal San Gabriele e dal bosco di Panovitz le artiglierie austriache scorgono l’ascensione delle nostre truppe e concentrano un vivo fuoco di medi e grossi calibri.

Qualche mitragliatrice echeggia ancora.

Nella mattinata alle ore 9 i reparti scalano la cresta e si gettano addosso ai nuclei di nemici che oppongono ancora resistenza.

Questi nuclei nemici sono i più accaniti.

Gli altri, il grosso dei difensori, è già fuggito il primo allarme.

A rompicollo giù per il rovescio del Montesanto i nemici si gettano verso Zagone e il Veliki Krit, sono più veloci dei nostri che li inseguono.

Le nostre artiglierie tempestano queste colonne di fuggiaschi.

Dal Sabotino e dagli opposti baluardi si scorge un tricolore minuscolo alle 9:30 precise sulla vetta, presso le macerie del convento.

È piccola quella bandiera agitata da un ufficiale, ma ha lo stesso valore vibrante di vittoria. L’hanno fatta sventolare due tenenti di artiglieria, un capitano dei carabinieri e un caporal-maggiore, giunti prima delle colonne di occupazione.

Questi fortunati cominciano a perlustrare il terreno e catturano qualche centinaio di nemici, parecchie mitragliatrici e cannoncini.

Un prigioniero dichiara che avrebbe dovuto fare un fischio convenuto appena i nostri fossero avanzati.

Non ebbe il tempo di eseguire la consegna tanto rapide è stata l’occupazione.

E poi per conto loro gli altri erano scappati.

Appena avevano visto profilarsi nel cielo i primi elmetti dei nostri fanti.

Entro una caverna troviamo due feriti.

Uno di essi dichiara che il sanitario l’aveva abbandonato pochi minuti prima è che gli ufficiali in quella notte avevano distribuito razioni di alcolici alle truppe.

Intanto le colonne raggiungono rispettivamente gli obiettivi prima verso quota 615 poi verso la 611 infine la vetta delle macerie del convento che è occupato in forza, per le cronache diligenti della storia alle 11:30 di stamane

A mezzogiorno preciso comincia tiro rabbioso delle artiglierie nemiche.

Ma le nostre truppe sono avanti, oltrepassano il Santo, e nel pomeriggio dilagano verso la conca che allaccia l’altipiano di Ternova con la valle di Chiapovano.

 

Sulle orme della Vittoria

 

Giungo con le colonne del genio alle macerie del convento, sulla vetta nello stesso pomeriggio di oggi, poche ore dopo la conquista, la salita faticosissima su per il pendio erto a pensare con amaro orgoglio al compito sovrumano che hanno superato i combattenti.

Le pendici del monte sono tutte ricoperte della sassaia frantumata, dai rottami della ferraglia dei cavalli di frisia e dei reticolati infranti dal nostro bombardamento.

Tutta questa rovina è in equilibrio instabile e la pendenza del suolo è così ripida che basta urtare col piede per provocare rotolii lunghi, interminabili di sassi e di rottami di ferro.

Su questa terribile rampa i nostri eroici fratelli si sono arrampicati combattendo.

Qualche cadavere giace prono nell’atteggiamento dell’assalto.

Le compagnie del genio provvedono alla sepoltura di quei nostri eroici fratelli.

Ma più sopra sulle macerie del Convento lo spettacolo della rovina incute un senso di sbalordimento.

Non c’è più traccia del vasto edificio del Santuario.

Tutto è sommerso polverizzato delle frane provocate dal nostro bombardamento.

Qualche statua di Santo giace ancora fra i frammenti ed i cadaveri degli austriaci tutti bianchi di polvere hanno anch’essi un macro aspetto di statue rozze.

Solo superstiti alla rovina sono due colossali tronchi mozzati di due olmi secolari che adornavano la facciata del Santuario alla Beata Vergine Maria nel quale gli austriaci hanno costruito caverne e gallerie che affiorano le bocche nerastre fra le macerie.

Di intatto in tutte queste quelle rovine c’è solo una cisterna centrale del Convento.

Gli artiglieri bombardieri possono essere soddisfatti di questa loro devastazione delle difese nemiche.

Non ho mai veduto in 2 anni di guerra una così spaventosa e completa distruzione.

Le caverne che fiancheggiano il Montesanto sono costruite negli angoli defilati e sono  profonde.

Interi battaglioni hanno potuto trovarsi ricovero durante il bombardamento.

Fra la rovina sono disseminati i posti delle mitragliatrici che arrestavano l’assalto delle nostre truppe 

 

Montesanto è nostro

 

Ormai lo scoppiettio sinistro si ripercuote lontano da qui nella valle ove l’avanzata continua impetuosa, infaticabile, nonostante i tiri di sbarramento del nemico che batte ancora il monte perduto.

Si può percorrere tutta la montagna fino alla schiena che si affaccia sull’altipiano di Cernova e sul l’imbocco della Val di Chiapovano e vibrare di gioia per la bella preda conquistata dalla quale il nemico non potrà mai più contemplare Gorizia.

Montesanto è tutto nostro interamente.

Non è il possesso del “ciglio tattico” al quale i tecnici assegniano prestamente un valore militare, ma che lascia sempre la molestia del contatto, del contrasto.

Gli Austriaci lo hanno perduto del tutto fino alle sue pendici opposte, fino alla vallata.

La vittoria è grande e completa.

 

                                                                       Achille Benedetti

 

 

Achille Benedétti – Giornalista italiano (Marsala 1881 – Roma 1951). Al Giornale d’Italia dal 1904 al 1928, poi (fino al 1943) al Corriere della sera; è noto soprattutto per le sue corrispondenze dal fronte italiano, nella prima guerra mondiale. Tra i suoi libri: “La conquista di Gorizia”, 1916; “Cronache di guerra”, 1929; “Africa senza caccie”. “Dal Sahara al Ciad”, 1935.

 

 

 La genialità di Cadorna

 

 Riconosciuta da un giornale viennese

                                                                                                                      Zurigo, 26 agosto

La Neue Freie Presse  esamina la tattica del generale Cadorna dicendola basata sul principio di nulla rischiare, di distribuire le forze esattamente su tutto il fronte, aumentare metodicamente la pressione di avere sempre una riserva.

Cadorna, dice il giornale ha doti strategiche ed è tenace.

Non è improbabile che la pressione attuale aumenti ed è innegabile che il generale Cadorna tende a sfruttare sistematicamente i vantaggi ottenuti.

Bisogna tenere conto di ciò che ed ammettere che è i successi degli italiani dell’altopiano di Vrh progredendo verso sud potrebbero divenire pericolosi.

 

La presa di Monte Santo

e l’Associazione Liberale di Milano

                                                                                                                      Milano, 26 agosto.

            L’Associazione liberale ha inviato, dopo la presa da Montesanto, questo dispaccio al generale Cadorna:

 

“Alle eroìche truppe ed al loro grande condottiero l’Associazione liberale monarchica Invia commossa entusiastico saluto.

Con tali vittorie giungerà la pace giusta e duratura.

Questa è la fede, la volontà del popolo italiano.”

 

L’entusiasmo inglese

                                                                                                                      Londra 26 agosto.

Tutte le riviste settimanali si occupano diffusamente dell’offensiva italiana, mettendone in evidenza le difficoltà e la grandiosità, come pure l’indomabile valore delle truppe le quali meritano l’ammirazione degli alleati come dei nemici.

“The Nation” dice che il generale Cadorna ha iniziato il suo formidabile attacco al momento opportuno per arrestare i progressi il maresciallo Mackensen in Romania.

 

Nato August Mackensen da Louis e Marie Louise Mackensen, rivestì brillantemente ruoli di comando durante la prima guerra mondiale e divenne uno dei più importanti leader militari della Germania imperiale. Nell’ottobre 1915, Mackensen fu a capo di una campagna congiunta austrotedesca contro la Serbia e riuscì infine a schiacciarne la resistenza. Dopo aver marciato su Belgrado, eresse un monumento ai soldati serbi caduti eroicamente per difendere la città, con le parole «Abbiamo combattuto contro un esercito di cui abbiamo sentito parlare solo nelle favole». Seguì nel 1916 una campagna contro la Romania, agli ordini di Erich von Falkenhayn. Mackensen aveva il comando di un’armata multinazionale di bulgari, ottomani, e tedeschi: ciononostante le sue offensive ebbero successo. Dopo la campagna rumena fu insignito della Schwarzer Adler (“Aquila nera”), la più alta onorificenza dei re di Prussia, e promosso feldmaresciallo. Dal 1917 alla fine della guerra fu governatore militare in Romania. La sua ultima campagna fu un tentativo di distruggere il riorganizzato esercito rumeno, dopo che fu respinta l’Offensiva Kerensky.

 

La lotta che si estende tra Tolmino e mare indica che generale Cadorna ha mutato la sua tattica, lasciando da parte il sistema delle spallate, per impegnare il nemico su una vastissima fronte, proponendosi parecchio obiettivi contemporaneamente.

Le posizioni espugnate degli italiani dimostrano lo straordinario coraggio e l’abilità delle truppe italiane, che, dopo aver passato l’Isonzo, hanno dovuto inerpicarsi su scoscese montagne. 

“The spectator” crede che l’obiettivo principale degli italiani sia il Monte Hermada la cui conquista aprirebbe la strada verso Trieste.

Constata poi che tutti i diversivi tentati dagli austriaci nel Trentino e nella Carnia sono miseramente falliti. 

“The  Outlook” dice, in un lungo articolo nel quale esamina l’intera situazione degli alleati, che la presente offensiva è la più vasta fra quante sono state tentate dal generale Cadorna, il quale Cerca evidentemente di scoprire i punti deboli nell’armatura nemica e provoca grandi battaglie di fanterie per arrecare all’avversario il massimo danno possibile. È ancora troppo presto per definire gli obiettivi del generale Cadorna: Tolmino potrebbe essere uno e la linea Cormons-Nabresina il secondo.

Le truppe italiane non hanno mai incontrato una più violenta resistenza; ma esse sono mirabilmente condotte.

I risultati dell’audace strategia del generale Cadorna si vedranno in pochi giorni.

 

 Le felicitazioni di Garvin

                                                                                                                      Londra 26 agosto

lo scrittore Garvin scrivendo nell’Observer felicita il generale Cadorna del grande successo che sembra raggiungere il suo punto culminante

 

Il furore della Battaglia

descritto  dagli austro-tedeschi

Zurigo 25 agosto

 

Mercoledì scorso l’imperatore Carlo ha partecipato alla direzione della Battaglia.

Secondo notizie pubblicate dai giornali viennesi, Carlo I° giunse al quartier generale di Boroevic nelle prime ore del mattino accompagnato dal Capo di Stato Maggiore Von Arz.

Dopo che Boroevic gli ebbe esposto minutamente la situazione il sovrano si recò a ispezionare i servizi sull’altopiano di Ternova e di qui ad un osservatorio dominante il Carso.

L’artiglieria italiana bombardava in quel momento la vetta orientale del Dosso Faiti e la conca di Briglia.

La quota 406 pareva trasformata in un vulcano.

Vomitante fuoco fumo e terra.

Mentre Carlo I° seguiva lo svolgimento della lotta due aeroplani leggeri italiani andavano e venivano sul suo osservatorio.

Con le carte alla mano l’imperatore rimase nell’osservatorio fino a tardi, ricevendo rapporti telefonici del comando supremo e impartendo ordini.

Durante la notte fece ritorno alla stazione ferroviaria dove lo attendeva il treno di corte. Dopo una sosta brevissima gli assalti italiani ad oriente della zona Canale-Desela sono ricominciati.

Al Quartier della stampa austriaca si vuol vedere in ciò l’effetto dei successi iniziali che gli italiani sperano di sviluppare progredendo presso la Selva di Ternova.

Sul Carso i difensori devono tenere testa ai ripetuti attacchi degli italiani della Terza Armata. Da tutte le narrazioni dalla fronte nemica risulta chiaro che il Comando austro-ungarico è costretto alla pura difensiva e l’inviato speciale del “Lokal Anzeiger” telegrafa non doversi negare che le truppe imperiali sull’Isonzo stanno sostenendo la più dura prova.

Le attività dei cannoni italiani ha  raggiunto un grado tale che il corrispondente ritiene insormontabile perché è da paragonare e che è da paragonare all’azione dell’artiglieria Anglo-francesi nell’ovest.

L’Hermada è avvolta in fitte nuvole di fumo.

“Le  truppe austro-ungariche” dice il  corrispondente, “subiscono gli attacchi di un nemico che è talvolta tre o quattro volte superiore.

Nel modo più accanito si combatte in uno dei settori più difficili del Carso.

Qui non bisogna cedere all’avversario neppure un palmo di terreno perché è necessario togliere ogni possibilità di successo alle spalle dell’Hermada. L’intensità della lotta e l’assoluta volontà di vittoria del comando italiano sono dimostrate dal numero dei corpi di fanteria che il nemico tiene pronti nel settore relativamente stretto da Vilpacco al mare, corpi tra cui si trovano le sue truppe migliori.

In nessuna delle recenti battaglie il Comando Supremo italiano si era preoccupato tanto delle retrovie.

Cannoni fino al calibro di 380 bombardano le vie di comunicazione cercano comandi e batterie.

Il fuoco italiano spazza  perfino zone assai lontane dal fronte”.

 

Il giornalista dice che gli italiani dispongono di grandi masse di artiglieria e di fanteria e hanno adottato la tattica di ripetere gli attacchi a breve distanza l’uno dall’altro su vastissima fronte.

Con ciò essi mirano da una parte a distruggere le truppe loro opposte nelle prime linee assieme le batterie e alle loro riserve e dall’altra a non permettere di accertare In quale direzione saranno vibrati colpi decisivi.

I vantaggi di questa tattica non sono negati.

“Le lotte sul fronte sud-occidentale – conclude il corrispondente del “Lokal Anzeiger” – portano l’impronta spiccate delle battaglie di super materiale.

Poiché le forze Italiane si vanno concentrando verso  i punti di sfondamento designati è da prevedere che l’attività combattiva crescerà.

Questo informatore mette in rilievo l’aumento graduale della pressione italiana sul fronte del Carso con l’obiettivo di investire l’Hermada con un attacco frontale e con un accerchiamento.

Ciò che è al corrispondente del “Berliner Tageblatt” ed ad altri corrispondenti tedeschi preme di assodare è che gli italiani non si sono avvicinati al loro obiettivo di Trieste, ma abbondano poi in elogi all’aviazione, all’artiglieria e alla fanteria.

 

 Gl’intrighi per la pace tedesca

Zurigo, 26 agosto

 

I giornali di Sangallo annunciano che Bathmann-Hollweg è arrivato a Ragats. Un altro personaggio è così venuto ad aumentare la schiera già numerosa degli intriganti che cospirano per la pace tedesca: ma Bethmann-Hollweg a Ragaz, Bulow a Berna, Il barone Giskra ex ministro di Austria-Ungheria all’Aia e, negli alberghi di Zug e di Brunnen, l’ex ministro degli Esteri Gobukowski a Interlaken, il capo degli degli sloveni clericali Sustersic a Lucerna e a Brunnen, il principe Alberto Hohenloche, il principe Giovanni Schoenburg- Hartenstein la Lucerna il conte Wenkeim, conte Wolff Metternich, il conte Pukler e altri ancora, lavorano attivamente all’opera di disgregazione morale dei paesi dell’Intesa e in favore di quella pace da raggiungersi mediante accomodamento, con la quale gli imperi centrali cercano di sottrarsi alla stretta militare e marittima degli alleati,

L’alta Finanza, l’Alta Industria, il clero sono in campo; questi signori costituiscono naturalmente solo lo Stato maggiore di un esercito ben organizzato di personaggi secondari incaricati di agire in tutte le città della Svizzera.

Operano con grande dispendio di mezzi nei paesi neutri e soprattutto nei grandi centri cosmopoliti della Federazione.

Ciò che da questi intrighi salta particolarmente agli occhi e l’attività dell’Austria.

La Germania si tiene nell’ombra: sente di essere compromessa e troppo odiata e perciò abbandonato all’Austria la missione dell’intrigo diplomatico per salvarsi la direzione dell’intrigo militare, l’organizzazione dello spionaggio e degli attentati, il favoreggiamento della propaganda sovversiva nei paesi dell’Intesa.

L’Austria invece meno odiata della Germania in Francia o Inghilterra meglio è in grado di tentare approcci e di ordire manovre nei paesi neutri.

 

 Il Gesuitismo dell’Austria

 

E dai risultati che finora si hanno non si può dire che i gesuitismo dell’Austria non abbia dato dei frutti.

I metodi di questi intrighi sono diversissimi e variano naturalmente a seconda del paese nel quale vengono orditi.

Tutta la loro linea di condotta è sostanzialmente questa: avvalorare nei paesi neutri l’opinione che tra Vienna e Berlino esistono differenze gravi e che l’Austria sarebbe disposta ad entrare anche subito con l’intesa in negoziati per una pace separata.

Che delle differenze esistano tra i due imperi e indubitato: gli alti circoli militari sentono penosamente Il giogo loro imposto dal comando tedesco: la corte di Re Carlo non se la intende con gli Hohenzollern e nelle masse popolari il risentimento contro i tedeschi è vivissimo.

Sarebbe però profondamente errato credere alla sincerità del desiderio che queste personalità di fiducia dei governi di Berlino e di Vienna esprimono a favore della conclusione di una pace separata con L’Intesa alla condizione che l’Austria-Ungheria riceva l’assicurazione di non uscire dal conflitto eccessivamente malconcia.

La realtà è molto diversa.

Essa è che tra Berlino e Vienna su questa politica di intrighi l’accordo è perfetto e che bellino approva pienamente la tattica antitedesca dell’Austria nei paesi neutri.

Così il conte Giskra può fare l’anglofilo e mantenere delle relazioni molto cordiali con alcuni circoli inglesi e il conte Goluchovski, intesista più riservato ma non meno abile, può coltivare relazioni non meno interessanti con i circoli clericali dell’intesa per tramite del nipote Krinski e dell’amante di costui.

E tutti proclamano l’Austria-Ungheria vittima dell’ambizione militarista della Germania per indurre i governi dell’Intesa a considerare seriamente l’eventualità di una pace separata con l’Austria-Ungheria.

Lo scopo di queste manovre e di convincere le personalità ufficiose ad avviare trattative anche superficiali.

 

I calcoli di Berlino

Ciò basterebbe, perché la Germania penserebbe al resto e sfruttando lo stato psicologico che si verrebbe a creare con l’abile pubblicazione delle notizie di simili trattative, il governo di Berlino sarebbe certo che negoziati dovrebbero essere immediatamente avviati anche in Germania, sotto pena di provocare nei gruppi dell’Intesa uno sconvolgimento morale che non potrebbe rimanere senza conseguenze sull’ efficienza bellica dei singoli paesi. Ci sono poi l’alta finanza e l’alta industria austriache che lavorano per conto loro tenendosi però costantemente a contatto con i capi spirituali del movimento.

E c’è anche un socialista a capo del servizio, diremmo così, di stampa che ha per iscopo di fare comparire nel giornali svizzeri notizie tendenti a confortare la leggenda della tedescofobia e dell’interessamento degli ungheresi.

C’è infine in Svizzera un rappresentante del partito di Karoly e di pochi tra pochi giorni ci sarà anche il conte Esterhazi.

 

L’alta Finanza

L’alta finanza austriaca rappresentata da persone che hanno relazioni assai vaste coi capitalisti di Francia e d’Inghilterra, quella medesima alta Finanza che ha provocato, con la mediazione di finanzieri svizzeri la famosa riunione internazionale gialla di Ginevra e di Lucerna (a proposito Caillaux è in questi giorni nuovamente in Svizzera a Losanna) agisce potentemente sui capitalisti Franco Inglesi prospettando la possibilità di una pace generale, o, nella peggiore delle ipotesi, con una pace separata tra L’Intesa e l’Austria, riservare ancora ai capitalisti Francesi e Inglesi le somme colossali investite non solo in Austria ma anche in Germania.

In questo gioco il capitalismo franco anglo austriaco trova il cordiale appoggio del capitalismo belga; ed infine l’altra industria, sciesa anch’essa in lizza con i più bei nomi dei Cartelli austriaci protestando la necessità di un accordo tra industriali austriaci e industriali franco inglesi per combattere la concorrenza tedesca; mentre invece le camere di commercio di Vienna, di Graz e di Linz votano risoluzioni a favore di una più stretta unione economica tra Germania ed Austria.

Della collaborazione spontanea, se non disinteressata, della Svizzera a questi intrighi non è opportuno occuparsi.

Per quanto concerne la finanza è noto che le grandi banche svizzere hanno le casse piene di effetti austriaci e che la rovina economica dell’Austria significherebbe per qualche grande Istituto una perdita non indifferente.

Circa la politica i frequentatori dell’hotel del Lago dei Quattro Cantoni a Brunner potevano ancora una settimana fa osservare il ministro Giskra, Il deputato sloveno Sustersic e il non mai abbastanza nominato Ertzberger in animata conversazione col direttore delle italofobissime Neue Zurcher Nachrichten.

 

 

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Cronaca di Roma

 

 

Il caroviveri

ed una questione di giustizia

 

Nessuna più provvida disposizione poteva emanare il governo di quella che aumenta l’indennità per il caro viveri ai salariati e agli stipendiati dello Stato; ma occorreva provvedere anche ad eliminare anomalie stridenti, e non creare dualismi tra funzionari e funzionari.

L’indennità speciale è accordata a coloro provvisti di stipendio non superiore a lire 4500.

Si potrebbe osservare che tutti risentono delle condizioni della vita rincarate, quindi anche impiegati con 5 o 6000 lire di stipendio i quali hanno maggiori esigenze, un maggior numero di anni di prestazione d’opera per non parlare di altro debbono sottostare  a delle privazioni.

Forse più equo sarebbe stato concedere l’indennità fino a lire 5000 perché –  per massima  – fino a tale stipendio gli aumenti per promozione avvengono di 500 e 500 lire mentre da 5000 gli aumenti e le promozioni sono di lire mille.

Ma il contrasto evidente si nota tra coloro che pur non sorpassando come stipendio propriamente detto 4500 lire oltrepassano le 5000 con gli elementi fissi sotto altro nome fruiscono anche dell’indennità caroviveri.

Un esempio tipico la fornisce l’Amministrazione delle Poste e dei Telegrafi: vi sono capisezione, con numerosa famiglia che non godono se non del semplice stipendio di lire 5000; vi sono invece dei primi segretari con stipendio di 4500 dire + 500 lire per maggiore assegno, più 400 o più lire d’indennità di residenza, in complesso con lire 5400, che prendono tranquillamente oltre altre 348 lire all’anno per indennità di caroviveri.

Ora sia lecita una una domanda: tale indennità è concesso in base a ciò che l’impiegato realmente percepisce o in rapporto ai differenti titoli cui le sue competenze sono imputate? Unico criterio in questo caso dovrebbe essere l’importo della somma che l’impiegato ritrae logicamente portata fino a lire 6000 per l’opera che presta in orario ordinario. Nell’amministrazione a cui appartiene senza perpetuare un sistema che dà modo di eludere le provvidenze governative estendendo le indennità ad una parte di impiegati con lo stesso monumento degli esclusi, solo perché distinti da  una diversa qualifica.

 

L’iniziativa del comune

 Per la seminagione nelle aree vuote

 

Già nello scorso inverno Il commendator Poggi, assessore del comune per i beni patrimoniali,  aveva disposto per la concessione di alcune aree ad enti e famiglie, allo scopo di iniziare la coltivazione di patate e fagioli.

Nel contempo il Ministero dell’Istruzione Pubblica accordava l’uso di alcuni terreni non lontani dal Verano, dove dovrà sorgere la nuova università, ed in quei terreni gli studenti delle scuole secondarie divisi in squadre, cominciavano con magnifico patriottico slancio a dissodare la terra ed a seminare patate.

Provvide iniziative che permettono agli Istituti di beneficenza ed a famiglie povere di trarre il maggior rendimento della terra, sottraendosi così all’ingordizia dei bagarini del mercato.

Ora, la concessione del comune scade il prossimo 30 settembre.

L’egregio commendatore Poggi ha già proposto in Giunta di rinnovare nel nuovo anno le stesse facilitazioni della giunta pienamente approvato.

Così enti e famiglie continueranno ad usufruire delle ortaglie rivolgendo tutto le loro Cure alle varie coltivazioni.

 

Boicottate le scuole di stenografia austro-tedesca Gabelsberger -Noè 

 

Movimento di funzionari al Campidoglio

 

Dopo aver retto per vari anni e con sagacia e alacrità l’ufficio Settimo di polizia urbana, dal quale dipendono delegazioni il commendatore Giuseppe Farina è passato di recente all’Ufficio I°.

Oltre a tale direzione Il Commissario Falena  ha avuto l’incarico di sostituire il Segretario Generale Commendator Caselli nelle sue assenze.

Ci rallegriamo con l’altro funzionario capitolino per la nuova nomina che attesta le sue benemerenze.

Aall’ufficio di polizia urbana è stato chiamato come Direttore il Cavaliere Alberto Mancini.

 

Dal primo al 15 settembre

la gioielleria E. Flascel di Piazza di Spagna 87 rimarrà chiusa

di ciò avvertiamo la distinta clientela

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Lutto

Una nuova ed irreparabile sventura colpisce il cavalier Pietro D’Orazi distinto commissario di pubblica sicurezza reggente il Commissariato di Sant’Eustachio.

Si è spento Stamani alle 7, l’amato padre, professor Filippo D’Orazi, la cui robusta fibra l’aveva condotto felicemente all’età di 74 anni.

Una simpatica figura di Romano, insegnante a riposo, che godeva di molte amicizie.

Per lungo tempo era stato al ginnasio  Angelo Mai, come professore di belle lettere.

I funerali sono stati fissati per domani alle ore 18 movendo dalla casa dell’estinto in via Torre Argentina 76.

Al mattino seguente alle 10 avranno luogo le esequie nella chiesa di Sant’Eustachio. Al Cavalier D’Orazi ed alla sua famiglia porgiamo le nostre più vive condoglianze.

 

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Da Faraglia: Vermouth Cinzano

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Lotteria di beneficenza

Oggi, dalle 16 alle 21, verrà estratta a Genzano, nei locali del nuovo edificio scolastico, la grandiosa lotteria a beneficio di questo Comitato di organizzazione civile.

I premi già pervenuti sono oltre 300, altri arriveranno domani.

Il loro valore complessivo ascend e certamente a più di tremila lire.

Ogni biglietto costa lire 0,50.

L’importanza dei premi e lo scopo benefico a cui mira la lotteria assicurano un incasso rilevante.

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Nel personale postelegrafonico

 Il Dott. Cav. Domenico de Chiara addetto al servizio sanitario del personale postelegrafonico è stato con recente decreto promosso Ufficiale della corona d’Italia. Congratulazioni

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Gioie compransi

Massimo prezzo: anche pignorate.

Qualunque somma. Primaria casa confrontare qualsiasi offerta.

Via Giovanni Lanza 146 interno 10

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 Musica in piazza

Ecco il programma che eseguirà oggi il Concerto della Legione Allievi Carabinieri reali in piazza Colonna dalle ore 20:30 alle 22

Vessella:       Marcia militare

Rossini:         La gazza ladra sinfonia

Verdi:             Rigoletto fantasia

Costa:            Histoire d’un Pierrot reminiscenze

Alaleona:      Marcia Eroica

 

Il concerto Umberto Primo svolgerà in piazza dell’esedra il seguente programma:

dalle 18 alle 20

Manente                    Marcia militare

Verdi                          Sinfonia I Vespri Siciliani

Bellini                        Norma preludio e coro atto I° di coro guerra guerra e finale IV°. Abruzzese                      Bizzarria musicale

Donizetti                    Lucia di Lammermoor finale ultimo

N.N.                            Valzer “carezze e baci”

 

Un socialista scacciato dal teatro nazionale

 

Una dimostrazione patriottica

Si rappresentava ieri sera il Don Pasquale al Teatro Nazionale, affollato. Tra il secondo e terzo atto il pubblico, lieto della nuova magnifica vittoria del nostro Glorioso esercito, chiese ed ottenne dall’Orchestra l’Inno reale e l’Inno di Garibaldi accolti da fragorosi applausi.

Tutti gli spettatori erano in piedi, nella platea, nei palchi, nelle gallerie, esprimendo con grida patriottiche la propria gioia per la conquista del Monte Santo.

Quando l’orchestra, per le insistenze unanimi, esegui nuovamente la marcia reale, fu notato un signore, dei capelli lunghi e barba, che era rimasto seduto, in una poltrona di seconda fila a destra, conservando il silenzio, quasi chi la dimostrazione non lo riguardasse e appartenesse ad una nazione nemica dell’Italia.

Il suo atteggiamento provocò naturalmente proteste vivaci da ogni lato.

Qualcuno irritato, gli andò incontro, apostrofandolo con aspre parole ed intimandogli di alzarsi e associarsi alla fervida dimostrazione di italianità per la vittoria del forte nostro esercito.

In breve, essendo stato riconosciuto, il suo nome corso per molte bocche nell’apprendere che era Giuseppe Parpagnoli, della direzione del Partito Socialista Ufficiale e della Camera del Lavoro dei neutralisti, alla Madonna dei Monti, si biasimò doppiamente il suo contegno.

Il Parpagnoli, che era in compagnia di una signora, venne invitato a lasciare la sala e prima di pervenire alla porta di ingresso ricevette spintoni e parole ingiuriose da un gruppo numeroso di persone, che lo accompagnarono con epiteti poco parlamentari fino allo scalone.

 

Quel che dice Parpagnoli

 

 Ad un nostro redattore prima ed in questura poi il Parpagnoli così dichiarò

Quando fu intonato l’inno reale io, in omaggio alle convinzioni politiche mie, non credetti doveroso alzarmi in piedi; pensando poi che il mio contegno potesse sembrare provocazione mi decisi a uscire dal teatro.

Mi ero appena mosso e avevo invitato la mia signora a seguirmi quando l’orchestra attaccò l’inno di Garibaldi.

Quest’inno – ha continuato Parpagnoli – mi commuove ed io soprassedei alla decisione già presa e restai in teatro partecipando in piedi alla dimostrazione di tutto il pubblico.

Essendo stato già notato da qualcuno la mia presenza in teatro ed il mio precedente contegno, udii dietro di me che si pregavano i vicini di insistere per una replica del l’inno reale. Questo si ottenne ed io le restai seduto sprezzante degli insulti e delle ingiurie di tutto il pubblico.

Giuseppe Parpagnoli: Di professione tipografo, fu il leader sindacale (di tendenza rivoluzionaria) che guidò lo sciopero generale di Roma del 1903. Militante del Partito Socialista Italiano, fu membro della direzione nazionale, in rappresentanza della tendenza intransigente, dal Congresso di Imola del 1902. Nel primo dopoguerra divenne uno dei principali esponenti della Federterra. Nel gennaio 1921 sostenne la corrente dei massimalisti unitari al Congresso di Livorno, venendo eletto in direzione anche in quell’occasione.

Dopo l’avvento al potere di Benito Mussolini, Parpagnoli fu dapprima in Francia e poi in Argentina, dove divenne uno dei più importanti organizzatori dell’antifascismo fra gli emigrati. A Buenos Aires diede vita a fine 1924 al circolo Giacomo Matteotti, in memoria del parlamentare socialista ucciso il 10 giugno, e divenne uno dei leader del Partito Socialista Argentino.

 

Una bandiera assente

Caro Giornale d’Italia,

tu che sei sempre bene informato, potresti dirmi per quale ragione sul balcone del palazzo di proprietà del “Banco di Roma”, ieri sabato e oggi domenica, non è stata issata la bandiera nazionale come si sono affrettate ad ordinare le direzioni della “Banca Italiana di sconto” del “Credito Italiano” della “Commerciale” e delle altre banche minori non appena il comunicato di Cadorna annunciò la vittoriosa conquista del Monte Santo? Che sia anche questa volta dimenticanza semplice o piuttosto una dimenticanza politica?

Ci s’intende vero?

Grazie saluti

Un azionista italiano del Banco di Roma 

 

Dal Trentino al Rombon

 

In questi giorni aspramente e vittoriosamente si combatte.

Sono posti consacrati dall’alto valore italiano, dove, come giustamente proclamò il generale Cadorna, fu detto al nemico: “Di qui non si passa!”.

Del più vivo, del più acuto interesse riuscirà quindi la film recentissima edita a cura del Comando Supremo che appunto si intitola “Dal Trentino al  Rombon”.

È una cinematografia meravigliosa, nella quale si vedono da vicino le posizioni nemiche, i luoghi della nostra offensiva.

Piccoli attacchi e contrattacchi sono riprodotti così come avvengono quasi quotidianamente.

Si vedono altre posizioni celebri e celebrate dalle nostre armi dalla nostra conquista: le Tofane, il Par grande, il Pal Piccolo, il passo di Monte Croce ecc.

La gloria dei soldati consacrata in eterno in questo eccezionale documento storico che arditi operatori militari, hanno ripreso anche durante i combattimenti in punti pericolosi delle nostre linee avanzate

Questo film sarà proiettata da lunedì 27 corrente al cinema Olimpia via in Lucina.

 

La visita ai riformati e i casi di esonero

Contro l’imboscamento

Voce d’un padre che ha tre figli al fronte

 

Signor direttore,

Desta un senso penoso la discussione pro insostituibilità.

E dire che ciò avviene in questa Roma in cui gli antichi a dimostrarono sempre al mondo intero che:

“Salus patriae patrie prima lex est”.

Ma dicon sul serio gli agitatori che per la nuova visita dei riformati debban cessare le funzioni dello Stato?

Che debba soffrirne l’andamento della giustizia?

Che debba chiudersi le scuole?

Che si sia costretti a sospendere la circolazione del tranways e dei treni ferroviari?

O voi che invocate la insostituibilità, pensate quanti umili eroi tingono di lor sangue le acque limpide dell’Isonzo e lasciano le loro carni sulle rocce e le granitiche vette del Carso; ricordatevi che l’Italia fu fatta col miglior sangue dei nostri grandi e nessuno di loro invocò non sostituibilità.

Ho tre figli al fronte, e se anche il quarto ed ultimo, capo ufficio postale, militarizzato dovesse subire la sorte degli altri, gli direi: “Va’, contribuisci anche tu alla grandezza della patria e dimmi, dimmi, come tuoi fratelli, che sei orgoglioso di avere compiuto, sereno e con onore il tuo dovere di soldato”.

Sopprima il ministro della guerra questa nuova forma di imboscamento, faccia rivedere i già resi insostituibili, e compirà opera di santa giustizia ché, se le varie amministrazioni avessero bisogno di braccia, di cervelli vi sono ancora tanti pensionati che, ancor vecchi, hanno pure tante energie da potersi rendere utili alla compagine dello Stato e sarebbero felici e orgogliosi, in questo momento di farlo.

Se nell’amministrazione della guerra sono buoni i vecchi ufficiali, perché non potrebbero essere buoni nelle altre amministrazioni i vecchi impiegati pensionati?

 

Prof. Luigi Leopizzi 

 

Come sopra

 

Parlando con alcuni giovani studenti e militari ho potuto constatare come alcuni di essi che si presentano agli esami di promozione o di licenza in istituti tecnici o licei ecc. preferiscono lasciare da parte qualche materia più o meno importante e facile e così rimanendo semplici soldati sono confusi nella gran massa e facilmente imboscati in furerie di compagnie, in comandi di reggimenti, corpi di Armate, ecc.

Ora Il Ministero della guerra non potrebbe estendere a far frequentare obbligatoriamente il Corso di Allievi ufficiali anche a quelli che si sono presentati agli esami di licenza i quali, volere o volare hanno un grado di istruzione e cultura pari a quelli che si sono già licenziati e sono già ufficiali? Si provveda affinché questa fonte di imboscamento venga immediatamente ostruita.

Un vecchio patriota.

 

I bisogni del Commercio

Signor direttore,

a proposito della discussione sugli esoneri, consenta anche a me, che non sono né esonerato né esonerando, ma che vivo a dentro al commercio e ne so le esigenze, di esprimere il mio pensiero.

Vi fu un primo periodo della guerra in cui uno che era adibito, come militare, a mansioni di officina, veniva accusato come un volgare imboscato.

Ci volle, a reagire contro questo errato apprezzamento l’acuto senso di modernità del ministro Dell’olio, il quale, accanto al Ministro della guerra, che rappresenta il Ministro delle Officine e della produzione tecnica della guerra, di una guerra come questa che è tutto di munizionamento.

Ora è invalsa l’abitudine di considerare ognuno che sia stato riformato come un imboscato, che sia stato oggetto di favoritismo al momento della visita.

Chissà come le visite sono procedure rigorose In modo tale per cui i favoritismi erano materialmente impossibili, comprende come si tratti di una campagna dei soliti malcontenti che cercano rendere inquieta l’opinione pubblica.

In sostanza i riformati, che devono ora ripassare la visita, sono stati in precedenza visitati più volte.

E tolto alcuni particolari, come per la statura e l’ernia, si tratta di persone effettivamente invalide ai servizi di guerra che, richiamati in servizio dovrebbero andare a occupare uffici sedentari proprio quando prevale il criterio più spedito e moderno di ridurre al minimo il personale degli uffici militari!

Intanto avviene questo, che vengono tolti alla famiglia, ai Commercio, alle cure necessarie della vita anche sociale quell’esigo numero residuale di non vecchi, che, in tempo di guerra, sopperivano a tutte le necessità della vita civile.

La concezione che in tempo di guerra la vita civile tace od è assente è un errore; questa vita deve essere informata, necessariamente, ai maggiori sacrifici, ma per questi vi è un minimum oltre il quale impossibile vivere.

La vita familiare e civile era ormai un peso affidato quasi esclusivamente le spalle di questa tenue schiera di riformati, che domani saranno degli strutturali negli uffici, o degli impiegati di protocollo e matricole nelle caserme e nei reggimenti, anziché essere produttori di ricchezza nazionale o, quanto meno, dei sostenitori dell’economia privata e pubblica. Ora si accenna già al criterio degli esoneri, come ad un espediente che dovrà necessariamente essere un correttivo di queste chiamate, fatte per soddisfare l’apparente ed artificioso malcontento di una parte dell’opinione pubblica.

Ma oltre agli esoneri e raccomandabile che nelle visite non si proceda con un preconcetto per cui si faccia luogo all’arruolamento di infermi ed invalidi per la vita militare togliendo alla famiglia ed al lavoro elementi utili.

Inoltre gli esoneri saranno giustificati per coloro che svolgono nella vita nazionale un compito necessario o provvido di integrazione dei rapporti sociali della vita civile e conseguentemente della normalità del suo svolgimento.

Togliere della vita civile e dal suo funzionamento tutti gli elementi attivi e utili è quanto concepire la guerra come incompatibile e contraria all’esistenza e persistenza dei pacifici rapporti sociali interni dello Stato.

Occorre che il Ministro della guerra non si lasci impressionare da chi vorrebbe creare difficoltà e normalità allo svolgimento dei rapporti familiari, civili, economici al fine di far luogo a un malumore che nel loro pensiero dovrebbe degenerare in una agitazione atta a stroncare le guerre.

                                                                                               Prof. Dott. Pietro Consalvi

 

Ma non esageriamo

 

Signor direttore,

è inutile che i signori negozianti si affaccendino per l’esonero del loro personale, nel momento che la patria chiede braccia che la difendono e che affrettino l’ora della Vittoria. la donna si sente forte e disposta a sostituire l’uomo anche nei lavori più gravosi, quando queste questo stia compiendo il più sacro dei doveri.

Un gruppo di commesse da 5 ai 16 anni di commercio.

                                    _______________________________________________

Cartacce fuori d’uso

 

Acquistiamo da lire 30 a 60 al quintale.

Garettoni via Margana 15 Roma

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Encomio al capitano Sarrocchi

 

Un caloroso e ardimentoso ufficiale Romano – il capitano Sarrocchi – che noi abbiamo veduto in trincea e l’abbiamo ammirato per il suo spirito guerresco e la sua alta abnegazione e la sua fervida intelligenza, ha meritato questa encomio:

Capitano Sarrocchi signor Publio – Comandante di Battaglione, assumeva il comando delle truppe dislocate in una trincea appena conquistata, e in un successivo periodo di 7 giorni, sotto furioso bombardamento nemico, in condizioni difficili di terreno e pericoloso per il fuoco è l’attività avversaria, percorrendo frequentemente la prima linea, dava della prova di azione coraggiosa, vigile di comando, confortatrice degli animi dei militari dipendenti, imprimendo feconda attività nei lavori di sistemazione della linea.

M.se, Marco 23-31 Maggio 1917

I molti amici dell’ufficiale romano consacratosi interamente alla patria leggeranno con piacere questo lusinghiero giudizio che egli ha meritato.

                                               ________________________________________ 

 

Da Faraglia: il miglior caffè

                                                

 

 

Il giro podistico di Prati

 

Vinto da Orlando Cesaroni dell’”Audace”

Moltissimo a folle stamane per la partenza del giro podistico di Prati lungo il percorso e dal traguardo di arrivo in via Ottaviano. I concorrenti erano molti e valentissimi. È giunto primo dopo una magnifica corsa Orlando Cesaroni dell’audace Chi ha impiegato 10.41 a compiere i 3500 m del percorso punto II a 40 m presi dal vincitore una brillante volata all’arrivo è stato Augusto Falconi.

Orlando Cesaroni, che oggi è in una forma stupenda, intende attaccare ufficialmente tra qualche giorno il record italiano della maratona di 42 km di corsa egli spera di compiere tale percorso in poco più di 2 ore e 27 primi e le sue ultime prove gli danno diritto di sperarlo.

Orlando Cesaroni nato a Roma il 4 novembre 1890. Fu massaggiatore della Lazio. Successivamente passò al Trastevere e poi all’Alba. Forte podista e amante della scrittura, fu autore del libro “Le mie 39 maratone”, in cui rievocava i suoi lusinghieri trascorsi sportivi. Inizialmente lavorava come fornaio ma, colpito dalle imprese di Dorando Petri, cominciò a fare del podismo la sua attività principale. Da segnalare che nel 1911 aveva vinto la Maratona di Roma correndo, 49 anni prima di Abebe Bikila, a piedi scalzi. Torno a correre per l’Audace nel 1917 e 1918 Dopo la 1^ guerra mondiale fu uno dei migliori podisti italiani. Arrivò a disputare ben 42 maratone e la sua carriera di podista. Gareggiò  con ottimi risultati fino a 57 anni. Come accennato divenne il massaggiatore della Lazio nel 1931, ma questa esperienza durò pochi mesi. Si esibiva spesso durante gli intervalli delle partite di calcio, dando vita ad appassionanti duelli con altri atleti in gare sui 3.000 e 5.000 metri. Durante la seconda guerra mondiale interruppe l’attività fino al 1943 quando, con un comunicato pubblicato sul Corriere dello Sport, annunciò il suo ritorno alle gare. Corse in diverse competizioni podistiche e si tolse ancora numerose soddisfazioni sportive. Nel 1944 fu dirigente e allenatore degli atleti del Circolo Sportivo Agnini.

Una pescivendola arrestata

al mercato di Campo Di Fiori

 

Questa mattina, Enrico Sensoli, portinaio della casa in via Angelo Brunetti n. 45, ha acquistato nel mercato di Piazza Campo dei Fiori un chilo di pesce.

Mentre la pescivendola, a nome Giulia Rosati, di anni 48 romana, abitante in via della Penitenza n 24, pesava la merce, gli è sembrato scorgere qualche alterazione nel peso. Ha voluto andare dal pesatore municipale, pregandolo di pesare il pesce è risultato che anziché mille grammi il pesce aveva il peso di 880 Gr quindi 120 g di meno. La pescivendola è stata subito arrestata.

 

 Grave infortunio

Il meccanico Luigi Manenti di anni 42 da Acquapendente, abitante in via dei Sabelli 56, era stamani alle 5 nello stabilimento chimico del Dottor Rossi, a Ponte Mammolo, dove lavora. Mentre stava davanti a un forno è stato avviluppato della corrente elettrica riportando gravi ustioni al braccio e alla mano sinistra.

Accompagnato al Policlinico il dottor Simone Simonis l’ha giudicato guaribile in 60 giorni.

 

Versi romaneschi patriottici

Valentino Banal, nostro valente collaboratore premiato con varie medaglie d’oro, ha testè  pubblicato un elegante volume di versi in dialetto romanesco.

Sono poesie palpitanti di attualità patriottica e piene di sentimento; ne diamo un saggio ai nostri lettori:

 

 Er carattere nostro 

Semo figli de Roma e s’avantamo

de nun potè soffrì le cose storte

cor canto e col sorriso c’affrontamo

d’aver la libertà qualunque sorte.

Semo boni fratelli che s’amamo,

e proteggemo l’oppresso contro er forte;

ma semo un po’ poeti e sì cantamo…  

cantanno, noi sapemo annà a la morte, 

Che semo alegri, è cosa risaputa, 

e preferimo sempre er riso ar pianto, 

perché… la gente alegra Iddio l’aiuta. 

Però noi famo tutto co’ passione 

e per l’amor di Patria, puro er canto 

diventerà ruggito del leone…

 

Teatri

 

“Don Pasquale” al Nazionale

La vecchia opera buffa del Donizetti ieri sera ritrovo al Nazionale le solite calorose accoglienze, malgrado il numeroso pubblico che affrontava la sala non avesse potuto gustarne tutte ed interamente delicate sfumature.

Perciò non tanto per colpa degli esecutori quanto per i modesti criteri ai quali, necessariamente forse, deve attenersi una stagione estiva ed a prezzi popolari.

Il pubblico comunque mostrò palesemente di divertirsi e fece talvolta accoglienze entusiastiche agli esecutori del vecchio ma sempre gaio e vivace spartito.

Il merito principalissimo di questo successo è certo dovuto al maestro Bianchi di quale in breve tempo, superando alcune difficoltà non lievi che la concertazione di un’opera buffa di consueto presenta, ha raccolto ieri sera un nuovo lusinghiero successo per le sue fatiche direttoriali.

La parte di Norina era sostenuta dalla signora Bianca Liberti la quale si era già felicemente cimentata nella Carmen: ella ieri sera seppe mettere nuovamente in evidenza le sue qualità di cantante e di attrice.

La parte di Norina è ardua; ma la signorina Liberti riuscì a superarla meritando spontanee feste dell’uditorio, che volle più volte salutare alla ribalta la gentile ed elegante artista.

Il tenore Eliseo be noto al nostro pubblico riapparve cantante di gradevole voce e dicitore finissimo ed ebbe applausi calorosi.

Un ottimo dottor Malatesta fu il baritono Faccini il quale cantò con bello stile conferendo al personaggio una linea di signorile comicità dopo il successo avuto nel Barbiere di Siviglia il Paccini ha confermato in “Don Pasquale” la sua qualità di cantante pregevole: egli, insistentemente, richiesto dovette concedere  due bis: il duetto della lezione con Norina e il duetto con Don Pasquale.

 

I nuovi lavori della Megale film 

La casa Megale film sta inscenando, sotto la direzione di Umberto Maria del Colle un nuovo grande lavoro: Martino il Trovatello (o le miserie dei trovatelli), tratto dal celebre romanzo di E. Sue e ridotto per il cinema da Gigi Campanile Mancini.

Non doveva farlo Umberto?

 

La serata d’onore di Gemma D’amore

al Morgana

La serata d’onore della signorina D’amore al Morgana, riuscì meravigliosamente ieri sera. Un pubblico numerosissimo gremì in ogni ordine di posti la bella sala di via Merulana gli applausi ad ogni fine di atto non si contarono.

“Le marionette” il bellissimo lavoro del Wolff Ebe un’esecuzione davvero ottima oltre che per parte Dell’amore anche per merito dei singoli interpreti della compagnia.

Oggi, domenica, due rappresentazioni. Alle 18 “La signora delle camelie” e alle 21:15 “Giovanna che ride”.

Intanto sempre al Morgana si annuncia una nuova grande stagione di operette che farà la Compagnia della casa editrice Mauro a cominciare dal giorno 1 settembre.

 

 Teatri di questa sera

Quirino ore 18 “La maschera di Bruto” ore 21:45 “Kean”.

Nazionale ore 18: “Traviata”: ore 21.15 “Carmen”

Adriano ore 18 “Il treno di piacere” ore 21:15: “ Scampolo”:

Morgana ore 18 “La signora delle camelie” ore 21:15 “Giovanna che ride”

Manzoni ore 18:30 e 21:15 “La signorina del Cinematografo”.

Apollo ore 21:30 Programma di varietà

 

Spettacoli cinematografici

 

Americano (Corso Umberto 1) “Chifonette”

Regina (Presso Piazza San Carlo al corso) “I pagliacci”

Cafiero (Piazza Cola di Rienzo) “Patto giurato”

Palestrina (Via Cola di Rienzo) “Fior di primavera”

Mefisto (Via Venezia) Nuovo programma

Olimpia (Via in Lucina) “Più forte dell’odio e l’amore”

Orfeo (Via Agostino Depretis) “Dafne e i pirati”

Vittorio Emanuele (Via degli Astalli) “Per l’onore del marito”

 

Al Teatro Quirino

Domenica 26 agosto, ore 18

“La maschera di Bruto”

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alle ore 21:15

“Kean”

 

 i cambi

Cambio medio ufficiale per il giorno 27 agosto 1917:

Parigi 129,64 – Londra 35,50 – Svizzera lire 165,88 – New York 7,47 ½ – Buenos Aires 3,21½  Londra 25 – Cheque su Italia 35,45 ½

 

Cambio per le dogane

Il prezzo del cambio per il pagamento dei dazi doganali è fissato per lunedì 7 agosto a lire 145,16

 

L’orario delle ferrovie

 

Partenze

Pisa Torino: 8.45, 8.55, 14.45, 18.25 (fino a Civitavecchia) 21.00, 23.15

Firenze Milano: 9, 9.10, 12:50, 16:30, 20:50,

Napoli: 6.35, 10.30, 12.50, 16.45, 17.30, 20.00, 23,

Ancona 5.55, 12.05, 18.30 (fino a Terni), 24.15 

Sulmona 7.15, 13.00, 18.35,

Albano Nettuno: 8.50, 18:20

 Velletri -Terracina 6.30, 18.15

 Trastevere – Viterbo: 7.20, 9.50, 18

 Trastevere Fiumicino: 818, 9 16,18 E46

 Frascati 8.10, 12:10, 19

 

 Orari delle tranvie

Castelli Romani

 Roma Frascati: 6.30, 7.41Fest, 8 e 8.58, 9.30, 11, 12.30, 14, 14.58, 15.30, 17, 17.58 18.30, 19.20.

 Roma Albano Ariccia Genzano Velletri: 6.20, 7.50 5,8 55,1 a Genzano, 925, 10:25 festivo fino a Genzano 10:55, 12 e 25,13 e 55,14 55,6 estivo Genzano, Quindi se 25,16 e 55,18 e 25,19 25 feriale 19:25 festivo fino a Genzano 19 55,55 festivo

 Roma Grottaferrata Valle violata Marino 6 840, festivo, 10 e 10,11 e 40 festivo, 13 e 10,14 e 40 festivo, 16,17 40,19 e 10.

 Roma Castel del Castel Gandolfo Marino: 6,7 5,8 e 35,10 5,3 Stivo, 11:30 5,13 e 5 festivo, 14:30 5,16 e 5 festivo, 17:30 5,19 e 5,

 Frascati Velletri 615, 7 20,8 e 50,10 e 20,11 50,13 e 30, 14 50,16 20,17 50, 19:20.

 Roma Civita Castellana Viterbo 

 partenze: sei e 5,9, 12:30 festivo, 18

 arrivi: 940, 16 e 55,20 e 40

 

 Roma Genazzano Fiuggi

partenza della stazione delle ferrovie vicinali al viale Principessa Margherita: ore 16:30, 738, 850 fino a Genazzano 14:34 fino a via Genazzano , 17:15 fino a Genazzano, 18:15 19:53 fino a Gerenzano

arrivi a Roma: 8:12 locale da Genazzano, 829 idem 944 11:53 festivo da Genazzano 15:28 16 34 festivo da Genazzano, 910 locale da Genazzano, 19:30 20:29 festivo da Genazzano 21:18.

 

 Roma Tivoli:

 Roma partenza: ore 6 8 6,12, 15,19 bagni arrivi 648, 855, 13,15 49,19 51.

 Tivoli arrivi ore 7:20, 9:30, 13/30 7,16 25,20 25.

 Tivoli partenza ore 5 45,7 45,19 25,16 e 40,18 e 10

 Bagni arrivi i punti ore 6 e 18,8 e 11,10 e 52,17 e 9 18:40.

 Roma arrivo avvisi: ore 7:20, 9,11 44, 18,19 e 38

 

Roma Ladispoli

 partenze: 731, 13:30 festivo arrivi 13 21:10 festivo 

 

La “Piccolo film”

 Vittoria Lepanto

Non c’è, oggi, artista di teatro, che non faccia o non desideri di fare del cinematografo: da Lyda Borelli all’ultimo dei guitti.

Ma sino ad alcuni anni fa la cinematografia era considerata nell’aristocrazia del palcoscenico un’arte inferiore che stava teatro nelle medesime proporzioni degli stornelli popolari alle opere di Verdi.

E si rifiutavano ai “minimi” dello schermo le carte, non dico di nobiltà, ma nemmeno di legittimazione per l’accedat  nella grande famiglia artistica.

Tempi passati che nella storia della cinematografia rappresentano quelli che furono i primi esperimenti del povero Delegrange nella storia dell’aviazione.

Ma allora, certo, ci volle veramente dell’eroismo per esser la prima a fare del cinema.

La prima fu una delle più belle, forse la più bella, ed è delle più celebrate artiste del teatro: Vittoria Lepanto.

Donna di forte ingegno e di tenacia e volontà (tutta la carriera di Vittoria Lepanto mostra in lei la prevalenza di queste due qualità) ella ebbe la sicura intuizione di quello che sarebbe divenuto il cinematografo e della possibilità di farne una vera e propria espressione d’arte, quando forse sottratto al istrionismo dei mestieranti.

Sorgeva allora, a Roma, una Casa editrice, La Film d’arte che ebbe una notevole influenza nel rapido progresso della nostra industria cinematografica e di cui Ugo Falena fu infaticabile animatore.

In quella stessa epoca spuntava sul teatro italiano un nuovo astro: Vittoria Lepanto, che si era imposta all’attenzione dei critici e alle simpatie dei pubblici.

Ugo Falena, che aveva il suo piano di rinnovamento artistico del cinematografo, pensò appunto di inaugurare il suo nobilissimo tentativo con la bellissima ed elegantissima attrice. E la Lepanto che ha sempre avuto il gusto delle simpatiche audacie, accettò.

La nostra industria allora era molto lungi dall’essere quelle che è oggi.

La Francia nel deteneva il primato, quel primato che poi un in pochi anni riuscimmo a strapparle. Vittoria Lepanto e Ugo Falena andarono a Parigi a vedere e studiare per imparare e constatarono che gli artisti francesi più celebrati da Le Bargy a Rejane s‘erano già convertiti alla nuovissima arte.

Tornarono in Italia e misero in scena “La signora delle camelie” con grande successo ma furono rimproverati di avvilire l’arte.

I due animosi artisti peraltro non si lasciarono intimidire da questa sollevazione aristocratica e puritana.

Al contrario fecero dei proseliti: il primo e più illustre il compianto Ferruccio Garavaglia che, sempre sotto la direzione del Falena interpretò con la Lepanto Otello ch’ebbe accoglienze non meno fervide del primo del primo tentativo.

Seguirono poi Salomè e Lucrezia Borgia.

Le critiche si tacquero.

Cominciava la conversione.

Più tardi la Lepanto, dopo un breve una breve eclissi, ebbe l’onore di interpretare, per la Polifilm, il primo lavoro cinematografico di Roberto Bracco, che pur essendo il nostro più illustre e più forte scrittore di teatro, non tardò a convertirsi a sua volta al teatro silenzioso: “L’avvenire in agguato”.

Passata quindi alla Lombardo Teatro Film di quel geniale industriale che è Gustavo Lombardo, Vittoria Lepanto interpretò la riduzione dell’”Ombra” di Nicodemi sotto la direzione del valoroso Cav. Caserini.

Ed ora si attende con viva ed impaziente curiosità la riduzione del “Piacere” ugualmente interpretato dalla Lepanto.

Di questo film Gustavo Lombardo ha voluto fare una cosa perfetta.

Quanto all’arte di Vittoria Lepanto, dirò che essa, più che l’espressione spontanea del suo temperamento artistico, e l’integrazione di quest’ultimo con uno studio intelligente e paziente con la cura minuziosa e controllata di ogni sfumatura, di ogni gesto, di ogni atteggiamento.

E in ogni interpretazione trionfa senza discussione la fulgida e affascinante bellezza dell’attrice.

Concludendo: un ingegno volenteroso un gusto d’arte pieno di fine discernimento uno squisitissimo senso di ogni eleganza ed una raffinata femminilità.

 

Le film italiane in Francia

 

È noto come un recente decreto del governo francese sulla limitazione delle importazioni di alcune merci comprenda anche le pellicole cinematografiche.

Cosicché, mentre le pellicole francesi entrano tranquillamente in Italia senza alcuna formalità, quelle italiane per essere introdotte in Francia devono conseguire previamente il permesso di importazione che viene concesso.

Di fronte a tali disposizioni che producono all’industria italiano un danno incalcolabile per mandato di molte Case cinematografiche italiane inviò tempo fa al ministro Meda il seguente telegramma: “S.E. Ministro Meda – Roma Dolentissimo importunarla ancora una volta, devo segnalare all’attenzione V.E. decreto 9 corrente Governo francese interpretato dogane francesi in modo che viene impedito importazione films cinematografiche italiane in Francia stabilendosi parità di trattamento.

Industria Cinema Italiana gravissimamente colpita invoca vostra eccellenza ottenga dal Governo francese sia tolto divieto stabilendosi parità di trattamento, caso contrario occorrerebbe porre veto introduzione film francesi per difendere industria italiana. Ossequio – Marco Praga via Silvio Pellico 8 Milano”.

La protesta è giustissima ma finora non pare che il nostro Governo vi abbia dato seguito, almeno praticamente: perché?

 

 

Vittoria Lepanto, nome d’arte di Vittoria Clementina Proietti (Saracinesco, 15 febbraio 1885Roma, 3 maggio 1964), è stata un’attrice italiana, attiva al tempo del cinema muto.

Il suo nome d’arte fu scelto da Gabriele D’Annunzio che, probabilmente, si ispirò nella scelta del nome alla battaglia di Lepanto.

Ha recitato talvolta con il nome di Vittorina Lepanto.

Fu scritturata dalla Compagnia Stabile di Roma debuttando nella parte di Gigliola ne La “Fiaccola sotto il moggio” (Teatro Argentina, marzo 1909).

Nel 1918, ricoprì il ruolo di Elena nel film Il Piacere, diretto da Amleto Palermi.

 

 Piccola posta

pullman: Qual è il vero nome di T.O.Relli il caustico e brillante direttore del “Contropelo? Eccolo: Torelli. Incredibile ma vero!

 

Piccola cronaca

Oggi 26 agosto San Secondo domani 27 San Giuseppe Calasanzio.

Il sole nasce alle 5:29 e tramonta alle 18:53 la luna è all’ultimo quarto nasce alle 14:12 e tramonta alle 23:15.

L’Ave Maria suona alle 19:15, ora astronomica.

Quarantore oggi alla Santissima Concezione e San Giovanni Berchmans al quartiere Tiburtino Il 27-28 alle religiose Orsoline in via Nomentana 14. 

 

Informazioni

La commissione per gli orfani di guerra

Con decreto del 30 vs dell’onorevole Orlando Ministro dell’Interno è stata nominata una commissione incaricata di predisporre l’organizzazione del servizio tecnico del fondo a favore degli orfani di guerra, in relazione all’articolo 35 della legge.

La commissione è composta dal gr. cr. Pirenti, Direttore generale al Ministero dell’Interno, dal com. Aliprandi, direttore generale al Ministero delle Finanze e dal gr. Uff. Leonino Da Zara economo generale della Croce Rossa e consigliere della Cassa Nazionale di sovvenzioni e che ha presentato la relazione e gli studi in proposito.

La commissione ha cominciato sui lavori ieri con una prima riunione presso il Ministero dell’Interno.

 

Aumento dell’indennità caroviveri

 ai sottufficiali del Regio Reggimento equipaggi

Gazzetta Ufficiale pubblica:

 Art.1              Assegno giornaliero di lire 0,80, stabilito dal nostro decreto 14 giugno 1917 numero 1022, per i sottufficiali del Corpo Regio Equipaggi appartenente ai ruoli del servizio attivo è aumentato di lire 5 mensili a decorrere dal primo agosto 1917.

Art.2               L’aumento di lire 5 di cui al precedente articolo sarà corrisposto a fine mese dall’autorità dalla quale a quella data il sottufficiale è amministrato.

 

 Per la pesca in Adriatico

A seguito delle premure fatte dal Commissariato generale per gli approvvigionamenti ed i consumi – Ufficio consumi – Prodotti pesca, il Ministero della Marina comunica che è stato autorizzato il comando in capo del dipartimento marittimo di Venezia a permettere la pesca mediante reti tirate da terra a cominciare dalle da tre ore prima del sorgere del sole, lungo il litorale compreso fra Ancona e Rimini.

Il Ministero stesso partecipa che trovasi in corso un Decreto luogotenenziale per conferire alle autorità militari marittime aventi giurisdizione nei mari Adriatico e Ionio, la facoltà di concedere permesso di pesca durante il giorno fino a 2000 m da terra nelle località e nei tempi che giudicheranno opportuni.

 

I lavoratori della terra

Assicurati contro gli infortuni sul lavoro

Il Senato nello scorso luglio ha esaminato ed approvato il disegno di legge presentato dal ministro De Nava per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro nell’agricoltura.

Il governo, esaudendo numerosi voti pervenutigli da ogni parte, rendendosi interprete del sentimento del paese ha promosso l’emanazione del decreto legge dei provvedimenti già votati dal Senato.

L’importante riforma, sanzionata con decreto luogotenenziale del 23 corrente, colma una delle maggiori lacune della nostra legislazione sociale, e compie anzitutto un atto di giustizia, parificando i lavoratori agricoli agli operai dell’Industria, nelle provvidenze dell’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro.

Il concetto informatore del provvedimento è di garantire nel miglior modo l’indennizzo al lavoratore infortunato realizzando servizio con minor costo per i proprietari.

È obbligatoria l’assicurazione favore di tutti coloro che prestano opera manuale nelle aziende agricole o forestali dai 9 ai 73 anni.

Le indennità sono graduate secondo l’età, sesso e le condizioni di famiglia. L’assicurazione comprende tutti i casi di infortuni sul lavoro che abbiano per conseguenza non solo la morte o l’inabilità permanente, ma anche quelli dei quali dei quali birilli l’inabilità temporanea assoluta per un periodo non inferiore 10 giorni.

Il compito di provvedere alla nuova forma di assicurazione temporaneamente è stato affidato alla Cassa Nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro.

Possono essere tuttavia autorizzate ad esercitare questo ramo di assicurazione anche le mutue, le casse consorziali e i sindacati che già funzionino a tale oggetto.

Si provvederà ora con la maggiore sollecitudine alla compilazione del regolamento e da tutte le altre pratiche necessarie per l‘attuazione della legge.

 

Gli approvvigionamenti nel Lazio

L’adunanza del consorzio agrario

Il consorzio agrario, come lettori sanno, per l’approvvigionamento della nostra provincia non aveva sinora, per ragioni di varia indole, potuto svolgere completamente le sue attività la scorsa settimana.

Si tenne una seduta dei rappresentanti dei comuni consorziati, delle camere di commercio di Roma e Civitavecchia e dell’amministrazione provinciale.

Per le malattie del Duca Dante presiedeva l’onorevole Veroni e nell’assemblea si manifestò il fermo proposito che il Consorzio dovesse funzionare con tutta la sua fervida attività a vantaggio delle patriottiche popolazioni della nostra provincia.

Di tale proposito il  Duca Lante e l’onorevole Fioroni si fecero eco in continui colloqui tenuti in questi giorni col Commissario generale dei consumi onorevole Canepa, e col prefetto di Roma comm. Aphel, e stamane in una nuova numerosa adunanza tenutasi nei magnifici locali di Piazza Foro Traiano numero 51 è iniziata la nuova vita del Consorzio.

venne ricostituita la sottocommissione esecutiva chiamandovi a far parte il duca Piero Lante Presidente l’onorevole Dante Veroni e sig. rag. Italo Lupi in rappresentanza del comune di Viterbo.

La costituzione della nuova commissione di cui farà parte la rappresentanza del commissario generale dei consumi il prefetto a riposo comm. Gargiulo, è stata telegraficamente annunciata a S.e Canepa e al prefetto di Roma.

Ed ora all’opera con solerzia degno delle gravi responsabilità del momento.


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Il tempo è passato per l’anziano signore del ‘17 e anche per me: anzi, abbiamo passato all’incirca lo stesso tempo, facendo la stessa cosa, legati per la durata di un pomeriggio da un vecchio foglio di giornale.

Non ci siamo mai conosciuti; quello che so è che ti chiamavi Giuseppe ed eri cavaliere, come pure lo fu nonno Umberto, tuo figlio.

Sei morto quello stesso 1917 ai primi di dicembre, lasciando nella tristezza tua moglie Erminia nata Montanucci ed, oltre ad Umberto, le tue figlie, Laura ed Amelia. 

Di te mi rimangono poche insignificanti carte e questa più che centenaria pagina di giornale e adesso anche il ricordo di questo radioso pomeriggio romano. 

Sappi che la battaglia per la conquista del Monte Santo non fu risolutiva, anzi, quasi non se ne parlò, solo un altro dei tanti inutili bagni di sangue di Cadorna. 

Gli stessi Tedeschi si stupirono increduli del fatto che invece di cercare di sfondare verso Trieste, il nostro vero bersaglio strategico, fossimo con quella battaglia, andati in senso opposto: è scritto lì, sul giornale. 

Ben più drammaticamente importante fu la 12a battaglia del Carso, quella di Caporetto, dove davvero rischiammo di perdere tutto. Ma stai tranquillo, alla fine riuscimmo in quel mare di sangue a portare a casa la vittoria, sebbene “mutilata” come nella sua enfasi retorica la nominò il vate, D’annunzio, avviandoci per la china sinistra di una nuova ancor più disastrosa guerra.  

Forse addirittura la conquista del monte Santo rimase solo nel ricordo di nonno Umberto trasformata in una delle tante storie romanzate da un nonno che di film avventurosi me ne inventava e raccontava tutti i giorni. 

Ma tutto questo non ha più importanza. 

Sono invece contento pomeriggio che abbiamo passato insieme, commentando i fatti di quel giorno mentre sorseggiavamo senza fretta quello splendido latte di mandorle, che al giorno d’oggi non lo fanno più. Due anziani signori approdati, entrambi fuori dal tempo, casualmente allo stesso bar, presi da un’improvvisa, strana, reciproca simpatia.